- Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando. - Che sia troppo tardi, madame ...
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[camera in penombra di un appartamento qualsiasi, un letto, un uomo e una donna]
La marea s'è ritirata e l'alba è arrivata sulla mia testa come una carezza svogliata mentre i pensieri rimangono ancora sospesi sull'orlo della coscienza. Osservo le paresti sconosciute che mi ballonzolano irregolari davanti agli occhi tentando di metterle a fuoco e con questa vista approssimativa e confusa scorgo finalmente anche lui: non so chi sia, non ho idea di dove io mi trovi esattamente, ma siamo vestiti e questo almeno mi fa ben sperare. Osservo quel volto sconosciuto che giace al mio fianco e lo trovo bello, bello ed apparentemente felice, sicuramente sereno...Dio quant'è che non ho anch'io un sonno così? Quando è stata l'ultima notte priva di veglie, di preoccupazioni? Quando e perchè sono stata anch'io serena? Non ho le risposte, lo so e quelle domande rimangono lì, a veleggiare nell'aria della stanza come bolle di sapone sbiadite dal tempo mentre comincio del tutto a svegliarmi e la testa prende definitivamente coscienza del dolore che, seppur latente, la attanaglia.
Raccolgo forze residue che non credevo rimaste e rotolo giù da quelle coperte troppo colorate assumendo una posizione assimilabile, almeno vagamente a quella eretta e tutto, com'era inevitabile, comincia a roteare per la stanza, gli oggetti colpiscono la mia retina capovolti e fuori foco costringendomi mio malgrado a sedermi sul letto con un tonfo sordo le cui vibrazioni, impercettibili come i cerchi concentrici su una superfice liquida, raggiungono e s'infrangono sul corpo dell' uomo addormentato nelle mie vicinanze, destandolo.
Due occhi azzuri, velati ancora dalla carezza del sonno, si posano increduli su di me come a voler soppesare la consistenza della mia natura, se onirica o reale, mentre la bocca lentamente si schiude in un timido discreto sorriso che il mio volto decide, autonomamente, di ricambiare e così eccomi qui a sorridere ad uno sconosciuto senza che un solo suono, se non quello del traffico proveniente da fuori, sia venuto ad incrinare quella bolla di assoluto silenzio...ma non può durare, lo sappiamo entrambi e ci studiamo per intuire o intimamente decidere a chi toccherà spezzare l'incanto per tentare di ricomporre i frammenti di realtà che ci circondano. Lo guardo, ha un'espressione di dolce stupore dipinta in viso e allora gonfio i polmoni, ascolto il suono mentale delle parole che sto per dire e poi m'infrango nel suo "ciao" detto così a bruciapelo con la leggerezza con cui un bambino tira un sasso in acqua attendendo il rimbalzo...che giunge in effetti sotto forma della mia voce rauca e leggermente pastosa "Ciao. So che sembra sciocco e la risposta potrebbe o dovrebbe addirittura apparire scontata, ma esattamente come mai sono qui?". I suoi occhi si dilatano oltre misura e per un attimo vi scorsgo un'espressione di sgomento panico che ripiega in fretta in quella più formale di composto disappunto che forse meglio si addice alla situazione. "Veramente pensavo che potessi dirmelo tu, io mi sono coricato come al solito verso le 24.00 e ti assicuro che quando mi sono addormentato ero solo, ...ancora". Stavolta a dilatarsi sono stati, immagino, i miei di occhi e la bocca non sembra intenzionata ad emettere alcun altro suono, di intellegibile significato, almeno non prima che mi riprenda dalla sorpresa di una tale inaspettata rivelazione. "Mhhhh...quindi non ci siamo conosciuti ieri al locale, non abbiamo chiacchierato amabilmente e non abbiamo concluso la serata nel tuo appartamento, giusto?" La sua espressione divertita conferma la mia ipotesi che haimè era anche l'unica palusibile...ma insomma dove sono e come cavolo sono arrivata qui? Mentre i pensieri sempre più confusi nella mia testa cominciano a martellarmi le tempie uno sguardo distratto gettato al di là della finestra socchiuso mi mostra il cortile interno del MIO condominio ed il posto della MIA auto (con auto annessa va da sè). A quel punto qualcosa nei miei ricordi si smuove, senza dire nulla vado verso la porta di quella casa, la apro e come avevo immaginato ecco lì, placido al suo fianco, l'ingresso di casa mia con lo zerbino-gatto che miagola uno sbiadito "welcome". Rimango lì ferma per un po', poi mi volto e mentre rido e mi scuso gli spiego che la sera prima sono stata alla festa di addio al nubilato della tal amica e sai ho bevuto un po' troppo giunta qui le chiavi di casa non si trovano chiedo all'efficente portiere Alfredo una copia, evidentemente l'efficenza viene comprensibilmente meno verso le 4 di notte ed allora eccomi lì chiavi dell'altro appartemento in mano, sulla mia porta non funzionano sull'altra sì, che sciocca avrò sbagliato, si entra con la luce spenta si barcolla verso il letto e si scivola, sul colpo, in un sonno senza sogni.
Io parlo, lui mi ascolta divertito, intanto mette su il caffè che mi porge in una tazza fumante, la mattina scivola via così, sulle note delle nostre voci e per la prima volta, nell'uscire da quella casa, mi trovo ad inviatre a cena un uomo che non conosco, di cui so pochissimo, ma con cui ho già condiviso letto e colazione.; lui per tutta risposta sorride ed accetta.
[stessa camera, intonaco nuovo, stesso uomo e stessa donna]
(io) Ale ti sei ricordato di portare la bottiglia ad Alfredo per ringraziarlo di averci fatto incontrare?
(lui) Si amore, gliel'ho portata oggi alle 6 in punto come sempre negli ultimi 25 anni!
LA CONCHIGLIA
Aprendo gli occhi penso sia un giorno come tutti gli altri mentre la luce del sole , filtrando dalle persiani socchiuse, mi ferisce le pupille facendole divenire così piccole da scomparire. Ho fame, ho voglia di qualcosa di fresco, ma in casa non ho niente. Sento il pavimento freddo sotto i piedi, ad ogni passo un piccolo brivido mi corre su per la schiena, per andare a rannicchiarsi nella piccola fossetta del collo, proprio sotto la nuca, tra ciuffi di capelli non del tutto puliti. Ho la gola secca, devo aver dormito con la bocca aperta e sono insolitamente stanca come se le ore di sonno mi fossero scivolate sopra senza lasciare segno alcuno del loro passaggio.
Il mare è calmo stamattina, visto dalla finestra della mia casa: timide onde ne increspano la superficie senza sconvolgerne l’ordine; è di un blu intenso e freddo, il sole ancora troppo basso all’orizzonte non può inondarlo con i suoi riflessi dorati fino a trasformarlo in un acquoreo campo di grano. E’ blu e freddo come me e come me , nelle sue profondità, nasconde segreti e ferite portate dal tempo, sepolte dalla sabbia.
La sabbia: un improvviso desiderio di sentirla intorno a me, ogni granello che si posa sulla mia pelle si fonde con il mio essere e mi lascio cadere dall’alto dei miei pensieri tra le sue spire umide e non del tutto tiepide, mentre lo sguardo si confonde con l’irraggiungibile linea dell’orizzonte. L’acqua corteggia i miei piedi nel suo moto ritmico, audace e ritroso, portando con se l’eco di mondi lontani, di storie straniere.
Proprio accanto a me giace solitaria, mezza sommersa, una lucida conchiglia dai colori del tramonto: un rosso porpora che sfuma nell’arancione confondendo i punti scuri che ne ricoprono la superficie. La raccolgo e ne soppeso la consistenza, osservo il sole accarezzarla timidamente per scomparire poi tra sue fessure, insieme al soffio lieve del vento. E’ bella in modo disarmante , diversa dalle tante conchiglie che ho visto, non saprei dire cosa le conferisca un così grande fascino: se la rotondità delle forme o la lucentezza dei suoi colori, ma non riesco a distogliere la mia attenzione.
C’è un gabbiano che vola alto su di me in cerca della colazione, le sue grida mi giungono come un canto di festa, chiudo gli occhi e porto la conchiglia all’orecchio divenendo parte della natura che mi circonda. Una strana sensazione di pace s’insinua lentamente nelle mie membra, cancellandone la stanchezza, sento la testa leggera e la brezza scompigliarmi i capelli, che sembrano, al contrario di tutto il resto del mio corpo, appesantiti.
Apro gli occhi e la luminosità del sole, ormai così vicino, mi stordisce facendomi perdere l’equilibrio: cabro goffamente a sinistra, mentre la distesa d’acqua sotto di me scivola obliqua rispetto al mio campo visivo. Una folata di vento mi sostiene e riprendo finalmente quota: osservo stupita le ali bianche che si dipartono da me, sullo sfondo del cielo, assapora la sensazione dell’aria che scorre fluida tra le miei piume, volteggio al di sopra del mondo, tuffandomi nelle acque cristalline in cerca di vita. Salgo di nuovo verso il sole, il cui calore quasi mi toglie il respiro, sorvolo la sabbia dorata, viro dolcemente fino a planare per posarmi accanto a lei: alla mia conchiglia.
E’ sempre lì, bella come l’avevo lasciata, come la sentivo poco prima nelle mie mani e lucida. La osservo in silenzio ed osservo il mondo come ora lo vedo: s’alza alto il mio grido di gabbiano, dispiego le ali e la guardo riconoscente, un’ultima volta ancora, prima di scomparire nel cielo infinito.
Erano passati sei anni ed ora il mare – quel mare- era di nuovo davanti a lei, con le sue onde, i suoi indimenticabili colori e le sue insidie. Il sole era un enorme palla infuocata che s’immergeva lenta nell’acqua spandendo intorno lingue color sangue….si guardò la lunga cicatrice che le ricamava l’ avambraccio destro, quella cicatrice che faceva di lei una donna forse più interessante, sicuramente meno attraente e che l’aveva riportata lì, in quell’angolo di mondo, in quell’angolo di mare come un antico richiamo. Il dolore silenzioso che animava quelle grinze sulla sua pelle nelle notti di luna piena, al mutare del clima, al susseguirsi delle maree l’aveva tenuta viva, l’aveva resa forte, l’aveva resa anche furiosa eppure, ora che si trovava di nuovo sotto quelle palme, sopra quella sabbia, ora davanti a quel mare, da sei anni così suo, anche quella furia sembrava placarsi, sembrava sbiadire come la luce del sole. Si stava facendo scuro, l’umidità le aderiva alla pelle come un guanto freddo e le faceva venire i brividi, si stava alzando anche il vento che veniva a giocare tra i suoi capelli e si frangeva veloce sulle sue gambe nude ed abbronzate: a vederla così sembrava solo una giovane donna stagliata tra cielo e terra, ma quella sera, quella notte stava iniziando la sua partita e anche se sapeva che sua sarebbe stata la prima mossa, non poteva fare a meno di chiedersi come sarebbe finita.
Osservò l’acqua scura ritrarsi e ritornare sulle orme lasciate dai suoi piedi sulla sabbia umida e compatta del bagnasciuga: un moto ipnotico che la teneva inchiodata lì, nonostante il freddo, nonostante la paura che cominciava ad impossessarsi di lei che sapeva, perfettamente, di non avere altra scelta. Quel mare la stava aspettando da tempo, Lui la stava aspettando da tempo e non poteva deluderli così come non avrebbe potuto deludere se stessa. Si voltò con calma e con calma cominciò ad indossare l’attrezzatura: la muta era stretta ed aderente, mentre le bombole le apparvero più leggere di quanto ricordasse. La maschera nera le avvolgeva lo sguardo riducendolo a due piccole fessure contro il cielo stellato e silenzioso. Indossate anche le pinne cominciò ad entrare in acqua, il contatto sulla muta era appena percettibile ora che le sfiorava le gambe ma man mano che si addentrava sentiva su di lei l’abbraccio tiepido del mare che veniva a dirle che, almeno per ora, ce l’aveva fatta.
Una volta dentro cominciò a sentire un vago senso d’apprensione, ma non avrebbe mollato, non poteva permetterselo, né intendeva farlo: infilò in bocca il respiratore, controllò che tutto fosse ok, accese la torcia e sull’imbrunire di quel giorno apparentemente qualunque, s’immerse nelle profondità dell’oceano. Il silenzio lì sotto era assoluto, interrotto solo dal ritmico fluire dell’ossigeno nei suoi polmoni: aveva dimenticato la magia di quei luoghi, l’incanto di trovarsi tagliata fuori da tutto, immersa in quel liquido amico eppure così ostile e pericoloso. I colori della barriera s’illuminavano in piccoli spot al passaggio della lampada e miriadi di pesci le volteggiavano accanto incuriositi, l’aria le evaporava intorno in una miriade di piccole bolle disordinate mentre il pulsare del sangue si faceva man mano più regolare e lei, con un’audacia a lungo dimenticata, scivolava silenziosa nell’oscurità dilagante di quegli abissi aggrappata come un naufrago alla sola luce della torcia ed alla capacità dei suoi occhi di seguirla e fu seguendola che giunse in prossimità di quello sperone di roccia, quello stesso sperone dove Lui li aveva sorpresi e dove la sua vita era cambiata per sempre.
Avrebbe dovuto essere una vacanza come tante, un’immersione tranquilla, di media difficoltà senza grosse sorprese ed invece un esemplare di squalo pinna bianca li aveva sorpresi proprio al di là di quello sperone di roccia che ora giaceva apparentemente innocuo qualche metro sotto le sue gambe. Un attimo, una frazione di secondo sufficiente appena ad intuire il pericolo poi l’attrito con la pelle dell’animale, la fredda morsa dei denti sulla carne dell’omero, il sangue, il ribollire dell’acqua, tutto si era consumato in un istante con la rapidità con cui era venuto si era rituffato nelle profondità che lo avevano partorito lasciandosi alle spalle solo orrore e devastazione e lei, miracolosamente, viva.
Ci aveva messo sei anni a trovare il coraggio per confrontarsi con il vivido ricordo di quel giorno per trovare la forza di cercarlo, proprio lì dove Lui aveva trovato loro. La roccia ora era esattamente al suo fianco, la torcia illuminava a mala pena il denso liquido che la circondava: si concentrò sul suono regolare del suo respiro e dei battiti cardiaci, chiuse gli occhi ed immobile, sospesa sull’orlo di un abisso simile alla follia attese, attese finché non cominciò ad avvertire il freddo pervaderle le ossa e la stanchezza insinuarsi in lei, allora aprì gli occhi che s’immersero per un istante infinito in quelli di Lui. Era lì, di nuovo davanti a lei: quattro metri di perfetta argentea muscolatura, le mascelle serrate a filtrare acqua ed uno sguardo attento e vigile, le sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorarlo, ma non lo fece, non fece nulla di quello che aveva immaginato; non tentò di fuggire, non provò terrore, non sentì più bisogno di vendetta…sola nell’abbraccio vasto dell’oceano sembrò per la prima volta comprendere e d’improvviso si sentì sbagliata e fuori posto, estranea al precostituito ordine di un regno in cui ogni essere vivente ha un proprio ruolo, una propria funzione da assolvere, ogni essere vivente tranne lei, che in quanto apparentemente alla specie umana, sapeva solo volere e spingere i propri limiti sino all’esasperazione, lei che si trovava lì del tutto fuori copione, non preda o predatore, ma solo potenziale minaccia per un ecosistema originariamente perfetto, una minaccia per anni, millenni di evoluzione che avevano portato al prototipo del perfetto predatore, ora pazientemente immobile innanzi ai suoi occhi. Si guardarono a lungo in quel silenzio irreale poi Lui le si avvicinò a tal punto che poteva scorgerne le branchie pulsare: il muso dell’animale sfiorò l’antica ferita poi con un guizzo fulmineo scomparì così com’era venuto lasciandola sola e, ancora una volta, viva nella sua precaria vulnerabilità.
LE COSE CHE NON SO
Non so con precisione cosa ci si possa aspettare da un mondo in cui George W. viene rieletto presidente nonostante le sue mani siano ancora sporche di sangue, un mondo che vede ma chiude gli occhi sulla strumentalizzazione di un personaggio come B. Laden e si lascia sopraffare da paure costruite sapientemente su anni di soprusi e vessazioni, un mondo in cui avere un lavoro, anche modesto onesto che ti permetta di fare progetti che non si limitino a come e dove e con chi trascorrere un piacevole sabato sera, è poco più di un miraggio qualcosa di inarrivabile come un viaggio alle isole Samoa e forse il viaggio è più realizzabile (metà subito, dieci rate per i prossimi due anni, tasso 0 e bla bla bla)...non lo so cosa possa riservarmi questo mondo, così impeganto a correre da non accorgersi che ormai gira in tondo come un cane che si morde la coda, non so se e quando la vita che ho comincerà ad assomigliare alla vita che vorrei, ma proprio quello che non so mi permetterà di andare avanti perchè come disse un grande, di quelli con la G maiuscola un po' di tempo fa, solo questo posso dirvi "ciò che non sono ciò che non voglio" e io non sono una che si arrende, che si dà pervinta, che si lascia abattare, non sono una cui è stata spianata la strada o indicate scorciatoie tutto quello che ho attenuto me lo sono sudato e le porte le ho aperte a spallate, non sono disposta ad accontentarmi di sopravvivere e soprattutto non sono disposta a rinunciare ai miei sogni perchè guardando indietro non voglio rimpianti, non voglio svegliarmi la mattina pensando "però se avessi...", non voglio che il desiderio di stringere tra le braccia il figlio mio e di Ale rimanga solo un'idea romantica, non voglio, in una parola, dargliela vinta.
E allora va bene così, va bene anche in un'assolata mattina di novembre decidere, conti alla mano, che da gennaio si torna all'ovile, la parentesi di vita da sola è giunta a conclusione, ma non importa: è un passo (che sapevo perfettamente più lungo della gamba) che ho voluto fare per dimostarrmi che qualcosa negli anni era cambiato, fosse anche solo la mia capacità di gestirmi e tornare alla mia cameretta non sarà una sconfitta perchè stavolta a cambiare sarò io, lo sono già è stato un bel volo, ma ora devo pernsare a racimolare, forze e denaro, per costruire quello che sarà il mio futuro con la MIA casa e i nostri bambini (e se ci riesco anche un cane và!) e guardò a questi mesi passati a riordinare, fare il bucato, imbandire tavole per cene solitarie o a lume di candela non come a una sconfitta ma come ad una prova generale così quando arriverà il giorno del debutto io potrò guardare indietro e sorridere perchè saprò di essermi preparata a quel momento da tutta la vita. Fino ad allora intendo godermi il sole, i miei momenti di riflessione, l'aria di Roma, il caldo abbraccio del mio amore, qualche bel film, una o due libri di quelli che lasciano il segno e, naturalmente, la vostra compagnia perciò portate pazienza con questa "ragazzaccia" un po' impunita e quando scrivo cose un po' così, sorridete pensando che domani andrà meglio.
Alle sette di una mattina apparentemente qualunque, il suono della sveglia irruppe nella sua vita infrangendone tutti i sogni che in evanescenti schegge irregolari giacevano ora sparpagliati sulla coperta nelle sue immediate vicinanze. Piccoli brandelli di emozioni e memoria che facevano di quel letto un luogo inospitale rendendo quella mattina tutt’altro che qualunque e d’altronde come avrebbe potuto esserlo, come quando sapeva benissimo che avrebbe dovuto fare i conti con il dolore del ritorno, quella sensazione lieve e pungente, come il freddo sulla punta delle dita nei giorni d’inverno, che le avvolgeva il cuore e le stordiva l’anima ogni volta che quella sua esistenza le regalava sprazzi d’infinito, tutti condensati in un unico sguardo , quello del suo uomo che nei fine settimana sapeva prenderla per mano e farla viaggiare anche se lo spostamento era solo di 30 km o persino solo di qualche camera. Quei viaggi: leggeri come nuvole, intensi come fuoco, da quei viaggi non si poteva tornare, non si sarebbe mai dovuti tornare e la sua mente lo sapeva bene mentre ancora impiastricciata di sonno e ferita di sogni infranti ricalcava meccanicamente i suoi passi fino al bagno per prepararsi ad affrontare un’altra giornata lavorativa, l’ennesima della sua vita, ancora così lontana dall’essere completa o del tutto sua. Le mani veloci a frugare tra gli ombretti un colore che ricordasse quello delle giornate appena passate, del loro ultimo viaggio, toni caldi per tenerla al sicuro fino alla sera, quando lo avrebbe rivisto, toni luminosi per testimoniare con uno sguardo la gratitudine per le cose viste e per quelle provate, un po’ di bianco per la ritrovata innocenza ed una sfumatura lieve di nero, all’angolo degli occhi, per onorare il complice abbraccio del buio di una domenica sera. Un collage di segni che nessun altro, a parte lei, avrebbe saputo riconoscere, la mappa del loro viaggio, di dove erano stati, di COME erano stati, da tenere addosso, dipinta sulla faccia per non dimenticare mai per non far terminare il viaggio, per ripiegare in dolce abbraccio il richiudersi dolente delle ali rassegnate al ritorno, per tenerle pronte, ancora e sempre, al prossimo volo. Lo sapeva, infatti, sapeva benissimo che sarebbe bastato un niente, che in un giorno qualsiasi Lui l’avrebbe guardata in quel modo lì, le avrebbe sorriso ed il mondo intorno a loro avrebbe cominciato a rimpicciolire fino a confondersi con la liquida linea dell’orizzonte e tutto per un meraviglioso istante sarebbe stato di nuovo perfetto, i sogni caduti si sarebbero ricomposti ed il cuore avrebbe ritrovato i suoi battiti migliori.
Lo sapeva ed entrando in macchina, di fronte ad un cielo grigio solo per gli altri….Sorrise.
oggi
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