MARE D' INVERNO

- Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando. - Che sia troppo tardi, madame ...

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martedì, 21 dicembre 2004

crisi...profonda, assoluta, vera, mai come ora...un oscuro demone che mi toglie il sonno, mi ruba la serenità, instilla in me dubbi, morde la mia coscienza, il mio essere, le mie emozioni e ad ogni passaggio porta via qualcosa lasciando brillanti tracce rosse di sangue, il mio...che ha cominciato chissà quando a sgorgare ed ora non so, davvero, fermare...o almeno non più.

Dolore, assoluto e paura, paura dello scorrere del tempo, di ritrovarmi tra qualche manciata di mesi sola, di nuovo, stavolta con trent'anni cuciti addosso e nessun obiettivo raggiunto io che avrei voluto essere già sposa, già mamma e invece sono qui a raccogliere briciole e la sensazione che forse, dico forse, magari meriterei di più per quello che ho investito, per quanto ho dato e continuo a dare...avrei bisogno di risposte, ma inciampo sempre e solo in nuove domande...avrei bisogno di certezze, ma nessuno le cerca per me ed io al momento non sono più in grado di farlo...mi sento ferma, mi sento a terra, mi sento sola e confusa e fragile...come una piccola antica palla di vetro rotolata sulle mani di un bimbo che potrà bearsi della mia bellezza o farmi maldestramente cadere mandandomi in frantumi ...me ed il mio mondo e la mia esistenza...

Freddo, paura, cupa disperazione mi prendono ogni notte, come amanti abituali e mi trascinano giù, sul fondo di un abisso che non so risalire...e allora tutto quello che chiedo è un po' d'aiuto, un po' di comprensione, un po' d'amore....

Postato da: maredinverno a 10:31 | link | commenti (51)

martedì, 14 dicembre 2004

NEMESI

Il richiamo dell’acqua quella notte era stato più insistente del solito e non le aveva permesso di dormire.

Sola, come sempre, nel suo grande letto percepì con chiarezza il suo essere esausta, come se ogni anno trascorso in quella casa pesasse da solo come un’intera vita, ma forse quello era il prezzo che doveva pagare per aver danzato con la morte e soprattutto per aver scelto, chissà poi perché, di rimanerle accanto in quel modo tutto suo di affrontare le cose: sprofondandoci dentro.

Con la testa sul cuscino fissava immobile il soffitto dove l’immagine del momento che l’aveva per sempre cambiata si srotolava nei suoi ricordi come un film già visto, ma che non poteva fare a meno di guardare ancora.

C’era un bel sole quella mattina sul molo, i raggi caldi cadevano obliqui sulle assi di legno, tra i pescatori e lei con la perduta spensieratezza dei suoi 14 anni osservava curiosa tutta quell’umanità e tutta quell’acqua che sembrava distendersi davanti a lei come un’infinita prateria impalpabile. Gli altri ragazzini che giocavano in gruppo lasciandola in disparte, il sig. Andrews che prendeva un gran bel pesce, il sapore salmastro del vento e quell’asse rotta del pontile che lei non vide ed ondeggiò impercettibilmente sotto il suo peso prima di cedere e consegnarla all’abbraccio freddo dell’oceano.

Tutto era diventato confuso, suoni, rumori, grida mentre si sentiva affondare ed una sensazione di panico veniva a serrarle la gola man mano che l’acqua cominciava ad entrarle gorgogliando in bocca.

Attimi, frazioni di secondi, eppure mille pensieri si erano affacciati nella sua testa ed uno soprattutto, quello che aveva lasciato in lei segni profondi e malati, quello stesso pensiero che l’aveva portata 5 anni prima a scegliere di vivere in quella casa in riva al mare.

La sensazione, diffusasi nella sua giovane mente, che quella avrebbe forse potuto essere una soluzione per far tacere le grida di scherno dei compagni di classe, i litigi dei suoi, la fastidiosa presenza di suo fratello ed era con questa stessa sensazione di serena rassegnazione e quasi gratitudine che si era arresa al freddo abbraccio dell’acqua quella mattina, prima di perdere i sensi.

L’avevano salvata invece, salvata dall’acqua consegnandola senza saperlo ad un pericolo più vivido e reale: a sé stessa, quella che aveva assaporato il sapore malsano della morte ed era proprio con se stessa che aveva lottato tutti quegli anni senza cedere mai, almeno fino ad allora perché adesso lo sentiva distintamente, la stanchezza era diventata troppa e troppo pesante da sopportare e la nenia silenziosa ed ipnotica di quelle onde non poteva più essere ignorata così si alzò, uscì di casa e si diresse a passi lenti e misurati verso la battigia per imprimere meglio nella sua mente quelle immagini, quei colori, quei luoghi come un’ultima fotografia, quella che l’avrebbe accompagnata per sempre al di là di quell’orizzonte.

L’acqua le lambì avida i piedi e poi cominciò a risalire il suo agile corpo: i seni, le spalle, il collo..come la carezza di un amante troppo impetuoso venne a rapirla a prenderla a nasconderla alla vista del mondo ed anche allora, dopo tutti quegli anni, ritrovò dentro di lei, nascosta nel fondo dell’anima, quella sensazione di grata rassegnazione e di nuovo, come allora, si lasciò andare restituendo quella vita in cui forse le era capitato d’imbattersi per errore.

Postato da: maredinverno a 11:43 | link | commenti (20)

lunedì, 06 dicembre 2004

.... un regalo in meno da fare per le feste, la tua mancanza che brucia negli occhi e pesa sul cuore...spero tu stia bene ora, zio .....

 

Postato da: maredinverno a 07:54 | link | commenti (25)